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Record mobilità sanitaria. Nel 2023 5,15 miliardi per cure fuori Regione
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Redazione
Un euro su due va al privato convenzionato. Cartabellotta, «Questi numeri indicano che la mobilità sanitaria è sempre meno una scelta e sempre più una necessità»

La mobilità sanitaria interregionale in Italia ha raggiunto nel 2023 la cifra record di 5,15 miliardi di euro, il livello più alto di sempre, in aumento del 2,3 per cento rispetto al 2022, quando ammontava a 5,04 miliardi. A certificare il fenomeno è la Fondazione GIMBE in occasione del trentennale della sua fondazione. La Fondazione sottolinea come lo squilibrio tra Nord e Sud del Paese continui a crescere, con consistenti flussi economici in uscita dal Mezzogiorno verso Regioni come Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, le più attrattive del territorio nazionale.

«Questi numeri – afferma Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione – indicano che la mobilità sanitaria è sempre meno una scelta e sempre più una necessità. Quando miliardi di euro e centinaia di migliaia di pazienti convergono verso poche Regioni, significa che l’offerta dei servizi non è omogenea e che il diritto alla tutela della salute non è garantito in maniera equa su tutto il territorio nazionale e richiede spostamenti che hanno anche un rilevante impatto economico sui bilanci delle famiglie».

Un principio ribadito anche dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che il 28 febbraio scorso ha ricordato come «il diritto alla salute, costituzionalmente garantito, deve trovare uniforme applicazione sull’intero territorio nazionale», sottolineando come permangano disomogeneità territoriali non più accettabili.

Saldi regionali e flussi economici

Secondo il Report GIMBE sulla mobilità sanitaria 2023, i saldi positivi si concentrano principalmente al Nord. Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto assorbono il 95,1 per cento del saldo attivo della mobilità sanitaria, cioè la differenza tra risorse ricevute per curare pazienti di altre Regioni e quelle spese per i propri residenti curati altrove.

Sul fronte opposto, le Regioni che pagano il prezzo più alto sono Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, Lazio e Sardegna, che insieme rappresentano il 78,2 per cento del saldo passivo. «Non siamo più di fronte a semplici differenze regionali – sottolinea Cartabellotta – ma a un divario strutturale che nel tempo si è consolidato. In questo scenario, l’autonomia differenziata, con il via libera alle pre-intese per Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto, amplierà inevitabilmente le disuguaglianze».

Le Regioni “attrattive” per i pazienti sono concentrate in Lombardia (23,2%), Emilia-Romagna (17,6%) e Veneto (11,1%), seguite da Lazio (8,9%), Toscana (6,4%) e Piemonte (5,8%). Sul fronte opposto, Lazio (12,1%), Campania (9,4%) e Lombardia (9,2%) registrano i maggiori esborsi per cure ricevute fuori Regione, con oltre 400 milioni di euro ciascuna.

Disparità strutturali e ruolo del privato

«I saldi regionali evidenziano un’enorme frattura strutturale tra Nord e Sud – spiega Cartabellotta –. Le sole Regioni con un saldo positivo superiore a 100 milioni di euro si trovano al Nord, mentre quelle con saldo negativo oltre 100 milioni appartengono tutte al Mezzogiorno, con l’eccezione del Lazio».

Il report segnala inoltre un ruolo crescente della sanità privata convenzionata: oltre la metà delle risorse destinate a ricoveri e prestazioni specialistiche fuori Regione, 1.966 milioni di euro (54,5%), confluisce in strutture private, contro 1.643 milioni di euro (45,5%) per le strutture pubbliche. La capacità attrattiva del privato non è uniforme: supera il 70 per cento in Lombardia e Molise, mentre resta inferiore al 20 per cento in Valle D’Aosta, Umbria, Liguria, Provincia autonoma di Bolzano e Basilicata.

Secondo i dati dell’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali, l’80,4 per cento della mobilità per ricoveri è “effettiva”, cioè dipende dalla scelta del paziente; il 16,7 per cento riguarda prestazioni urgenti e il 3 per cento casi di mobilità apparente. La specialistica ambulatoriale si concentra principalmente in prestazioni terapeutiche (33,1%), diagnostica strumentale (31,5%) e di laboratorio (28%).

Cap e diritto alla salute

«I dati sulla mobilità sanitaria – conclude Cartabellotta – ci ricordano che il diritto alla tutela della salute non può dipendere dal codice di avviamento postale. Il nostro impegno è monitorare le diseguaglianze e condurre analisi indipendenti per ricostruire un Servizio Sanitario Nazionale equo e universalistico».

Con il trentennale della Fondazione GIMBE, Cartabellotta sottolinea l’avvio di «un coinvolgimento della comunità, con strumenti dedicati a rafforzare la ricerca indipendente, l’educazione alla salute, l’uso consapevole della sanità pubblica e l’advocacy politico-istituzionale finalizzata a rilanciare il Servizio Sanitario Nazionale. Difendere la sanità pubblica significa garantire decisioni guidate dalle evidenze scientifiche e dai dati, non da interessi opportunistici o di categoria, ma costruire una comunità consapevole del valore del Servizio Sanitario Nazionale e pronta a sostenerlo come pilastro della democrazia e strumento di coesione sociale».

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